Read More

Mi piace Android! Intuitivo, rapido, leggero. E poi è Open, e in fatto di stabilità non teme confronti. Stupendo anche il robottino verde, cool & smart quanto basta, capace di affascinare e allo stesso tempo mettere a suo agio anche l’utente newbie più impacciato.
Mi piace tanto, tantissimo, però… nonostante questa passione senza freni continuo a usare OSX e iOS su tutti i miei device!
Non è una provocazione, ma una semplice constatazione che così come si può tranquillamente apprezzare (e sostenere!) una data tecnologia o un dato Sistema Operativo per il suo asset intelligente, la sua ergonomia o la sua interfaccia dall’appeal accattivante senza sentirsi necessariamente obbligati ad utilizzarlo per i propri task lavorativi o le proprie Social imprese quotidiane, allo stesso modo non deve essere visto come un irriducibile fanboy, un peccatore mortale (trattandosi della mela il rimando è d’obbligo) o un traditore della causa chi da ex-appassionato/smanettone di tecnologie Open Source decide di punto in bianco di circondarsi di devise e software proprietari solo perché questi si adattano meglio alle sue attuali necessità.
Nel caso di Androis e iOS tuttavia, il problema della contrapposizione irriducibile non sembra risiedere nella solita vexata quaestio tra strumento proprietario e strumento Open (visto che, fatte le opportune indagini e considerazioni, Android è in realtà “Open” solo per un miserrimo 20% o poco più) o tra policy di gestione più o meno restrittive dei rispettivi parchi App, ma molto più semplicemente nell’ancor più vecchio e radicato penchant che l’uomo (tecnomane in testa) ha per la polemica facile e il cieco campanilismo.
Siamo partiti 30 anni fa con commodoristi vs. MSXisti, poi nintendomanianiaci vs… (scusate, non oso tentare un neologismo dei fanatici delle console Sega), poi partigiani di Windows vs. community Linux (i fanboy Apple al tempo erano rari e super partes, visto il mutuo che dovevi sottoscrivere se volevi possedere un Macintosh), per arrivare infine a nokiani contro erikssoniani e (dulcis in fundo) melafonisti vs. androidi. Ad ogni nuova evoluzione tecnologica, l’eterna battaglia tra Impero Galattico e Alleanza Ribelle di questa Guerre Stellari de no’atri si riproponeva in scenari e dinamiche sempre uguali, ma cosa forse più importante veniva combattuta, se non proprio ad armi pari, per lo meno su un campo di battaglia in cui ognuno aveva un ruolo chiaro e ben stabilito. C’era chi la tecnologia la produceva (tecnologia proprietaria=Impero, Open Source e Freeware=Ribelli), chi la fruiva (newbies e gnubbi di varia estrazione, nei quali all’epoca militavo anch’io) e in mezzo c’era il nerd (poi riabilitato “geek” sulla scia della reinassance digitale fine anni Novanta), vale a dire il compagno di scuola – ovviamente occhialuto, disadattato e socialmente reietto (e perché non anche zoppo, orbo e balbuziente già che ci siamo?) – al quale non avresti nemmeno rivolto la parola se non avessi avuto bisogno di crakkare l’ultimo Warcraft per ottenere quei 5.000 stregoni che ti servivano here and now per vincere la tua campagna (nel qual caso gli avresti dato anche tua sorella in moglie, e col sorriso sulle labbra). Senza nerd eri fatto! Niente videogiochi piratati, niente film osé masterizzati, niente playlist di Gigi d’Alessio scaricate aggratis (si sa che i bulli anti-nerd hanno sempre avuto gusti musicali osceni), niente! Ognuno aveva un suo ruolo, e in tale paradigma sociale il nerd (pardon… geek!) occupava il posto conferitogli dal suo skill di smanettone naturale e reverse-engineer ante litteram.

Questo fino all’arrivo di Android. Sì, è vero, prima sono arrivati Linux Ubuntu e il suo appeal Debian-like finalmente accessibile ai comuni mortali, ma volete mettere la diffusione che ha avuto Ubuntu con l’inarrestabile Androidmania all’oggi dilagante?

Android, o meglio “gli” Android (visto che ci troviamo dinnanzi a una creatura che sta rivoluzionando il concetto stesso di cross/multi-platform), concepiti inizialmente da Google Inc. come l’alternativa ultima e definitiva al malvagio Impero della telefonia Apple/Microsoft/Nokia oriented, sono sbarcati sul nostro pianeta a fine 2008 portando effettivamente una ventata d’aria fresca e scardinando un ordine che credevamo fosse ormai definitivo. Eppure, nonostante l’innegabile valore tecnico della piattaforma e l’inestimabile spinta evolutiva che essa ha innescato nel settore smartphone/tablet-pc (e non solo), insieme ad Android si sono presentati anche diversi problemi che rappresentano il lato oscuro di questa golden-age tutta digitale, uno tra tutti: il diffondersi dell’illusione che il possesso di un dato oggetto o di una data tecnologia facilmente customizzabile (meglio se “open”, e sia chiaro che seppur possessore di melacomputer e melafonino il sottoscritto è un convinto sostenitore dell’Open Source e del Free Software) ci faccia diventare ipso facto dei geek, cosa che per quanto carina (chi non adora le geek-mom?), coinvolgente ed appagante, alla fin fine si riduce ad un mero specchietto per allodole capace di abbagliare non solo l’utente newbie più egocentrico e sprovveduto, ma anche chi magari avrebbe la stoffa per diventare un geek coi fiocchi e proprio a causa della succitata illusione non riterrà opportuno farsi ulteriormente il mazzo per andare al di là della classica impasse “telefono/messaggio/navigo/socializzo/chatto”, vale a dire dell’utilizzo che noi comuni mortali facciamo dei nostri smartphone.

Capiamoci bene, la colpa di tutto ciò non è certo di Android (che, ripeto, è un S.O. eccellente e assolutamente da provare!), né delle geek-mom (povere, io ho due figli uno più scatenato dell’altro, e quando guardo mia moglie destreggiarsi tra lavoro e logistiche deliranti con il suo Samsung Galaxy sono convinto che sarebbe sicuramente una geek-mom anche senza uno smartphone, absolutely), bensì di una certa mentalità difforme che, illudendosi di poter porre qualsivoglia arte o capacità tecnica alla portata del primo venuto, da un lato svilisce inevitabilmente ogni aspettativa che miri a un risultato al di sopra della media, mentre dall’altro rischia di tarpare indirettamente le ali a propensioni individuali di portata tutt’altro che comune (siano esse geek o non-geek).

Cari amici del robottino verde (mi rivolgo ai veri estimatori di Android, non al gnubbo della domenica di cui sopra), vorrei tanto essere anch’io un Android-maniaco al 100% come voi, ma purtroppo non ne ho (più) il tempo. Del resto non sono un geek, ma solo un nerd col pallino della tecnologia, dei Social Media e della critica di costume, non me ne vogliate e cercate di prendere queste mie parole non come un attacco al vostro S.O. preferito (seguo il lavoro di diversi esponenti della vostra dev-community italiana, persone in gambissima che godono di tutta la mia ammirazione e della mia stima, anche professionale), bensì come una critica ad una mentalità che spero vivamente possa trovare presto vita dura grazie a un ritrovato senso delle proporzioni, in primis giornalistico.

Va da sé che lo stesso identico discorso potrebbe essere fatto per molti pseudo-geek che militano tra i fanboy della Apple (spesso più intransigenti e campanilisti degli androidiani), in rappresentanza dei quali mi piacerebbe proporvi qui in chiusura un’affermazione a dir poco illuminante:

“cioè, ecchecca…, sull’AppStore mo’ hanno messo WhatsApp a pagamento (p.s. ben 0.79€!). Ma chemmifrega, io ho jailbreakkato l’iPhone e li ho fregati, tié!… Sì, l’ho jailbreakkato solo per non pagare WhatsApp, figo eh?”.

Ecco… no comment ;-)

(Android image by Scaryagami, CC License BY 2.0)